L'altro pomeriggio mi sono recato, dovendo acquistare un dizionario di Ebraico, presso una libreria di testi religiosi romano-cattolica, filiale delle Paoline: per capirci, una di quelle sempre provviste di riviste missionar-coloniali tipo Jesus, tappezzate di santini di padre Pio e gigantografie del papa romano e in vetrina pubblicazioni tipo “La Bibbia Rap” o “Vangeli sotto l'ombrellone” (n. b: non sono titoli inventati). Anni fa questo tipo di ambienti mi trasmettevano quello stesso genere di inquietudine che allontana la gran parte dei giovani dai concetti cardine della spiritualità biblica, e che aveva alienato anche me; oggi invece, con certezze ben più grandi davanti agli occhi, mi ci reco in caso di necessità comportandomi da ospite rispettoso, sempre però venendone fuori a metà tra l'indignato e il divertito. E l'episodio di cui sono stato testimone può spiegare bene il perché di questa ossimorica commistione emotiva.
Appena varcata la soglia mi accorgo infatti che in sottofondo, dalla radio sintonizzata su una casuale stazione alla moda, si ascolta una canzone che secondo logica dovrebbe considerarsi in totale “stonatura” con il luogo (a meno che non si voglia far di necessità virtù e trarne implicazioni alquanto gravi!): il testo inneggiava proprio al maligno, con tanto di particolari e persino nominando il triplo numero che gli si associa nel libro neotestamentario della Rivelazione (666); se anche non era quello che si considererebbe un vero e proprio manifesto satanista, pur sempre si trattava di una presentazione dei medesimi contenuti in una versione soltanto più giullaresca, ma per questo anche più divulgabile e dunque serpentinamente insidiosa. Il pezzo in questione era “el diablo” dei Litfiba.
Sempre anni fa, sarei andato dal commesso a chiedere come sia possibile da una prospettiva marcatamente religiosa accettare questo tipo di contenuti. Oggi conosco già la risposta, e faccio a meno di perder tempo. Ho frequentato librerie e strutture afferenti alla maggior parte dei culti riconosciuti, e nonostante mi sia trovato spesso in situazioni di divergenza anche forte, tutte mantenevano un certo decoro; solo presso il gregge dell'infallibile vicario mi capita di imbattermi in leggerezze di cotale goffagine. Ma si tratta semplicemente di leggerezza, o dietro vi è qualcosa di più profondo e problematico che ha a che fare con il protagonista di quella grottesca canzone?
L'intera genesi del cattolicesimo romano in quanto entità autonoma, indipendente dal resto della Cristianità, è una storia di divisione e scissione. Oggi la stessa Chiesa cattolica ammette di aver agito secondo tali criteri, nelle passate generazioni, per quel che concerne il proprio operato politico; ma attenzione: è un diversivo per deviare l'attenzione dal vero problema, e cioè che il divide et impera politico è soltanto, come sempre, la manifestazione pratica di scissioni morali e spirituali che invece tuttora sussistono e restano irrimediate. Mentre la mentalità biblica, pur discernendo e distinguendo, tende all'associazione, alla sintesi, all'Uno, costoro -che la Bibbia la avevano sempre in mano, ma con il solo scopo di farne abuso- hanno diviso ogni indivisibile: dapprima l'umano e il Divino in Cristo, e di lì in avanti anima e corpo, cielo e terra, materia e Spirito, tutte realtà da non confondersi, ma non per questo da separarsi e spingersi alla dicotomia; questo proposito di frammentazione dell'Essere ha partorito generazioni frustrate in un'esistenza di mancata integrazione tra le proprie esigenze spirituali e le proprie identità fisiche: ne è risultata una storia -quella dell'Occidente- segnata dai due squilibri sempre gemelli del materialismo e dello spiritualismo, con papi che seminavano figli a destra e a manca, monaci che si consideravano santi per il fatto di non lavarsi da mesi e guerrieri che quando saccheggiarono Costantinopoli, nel 1204, talmente si dimostrarono feroci da spingere il patriarca della città -anch'egli Cristiano ma non latino- a rimpiangere la magnanimità delle armate islamiche.
Mentre oggi, nei suoi slanci di demagogico e retorico moralismo pseudo-religioso la cultura media occidentale si profonde abilmente nella banale condanna del materialismo, resta privo di denunce il danno dello spiritualismo, che è l'altra faccia della stessa medaglia e che anzi è di quello colonna dorsale: è quando la spiritualità viene trasferita su un piano astratto e privo di implicazioni reali, dietro il pretesto del suo confinamento all'intimità, che viene neutralizzata e il materialismo prevale, laddove la religione diviene oppressiva superstizione ma priva di un culto genuino. Anche perché il materialismo si vince con lo Spirito e non con lo spiritualismo, e di Spirito vi è ben poco dietro il formalismo della religione istituzionale. I pastori romani hanno per secoli predicato la totale de-sacralizzazione di un mondo che ritenevano intrinsecamente negativo, ma che una volta sottratto al controllo del Sacro è divenuto contesto di mercanteggiamento per le loro autorità; insomma, secondo costoro il secolo non ha a che fare con Dio, dunque lo si può amministrare da diavoli.
In un nostro negozio non metteremmo mai un certo tipo di musica, semplicemente, poiché abbiamo appreso l'insegnamento di s. Paolo di non conformarci a questo secolo, sapendo che non vi è accordo “tra il Tempio di Dio e gli idoli” (II Corinzi 6, 16), ma abbiamo musicisti rivestiti di potere poiché annunciamo il Regno messianico, in cui “si trovano cantori e strumentisti” (Salmo 87, 7), e sappiamo di dover piuttosto conformare ad esso questo secolo. Altri invece, mentre ci deridono dalle pagine dei loro rotocalchi da salone di parrucchiere, hanno deprezzato il secolo al punto da finirne dominati nella pretesa di dominarlo, e tagliando i legami con le proprie radici secolari si sono secolarizzati. Così, il commesso avrebbe risposto semplicemente di aver messo una stazione a caso, poiché queste cose in fondo non contano, non trattandosi di un ambito di competenza della fede, che è una cosa intimista, o almeno così sino a quando non si tratta di andarla poi ad imporre in qualche Paese straniero, magari anche già Cristiano (vedi le chiese uniate).
È proprio da una simile accezione della religiosità che i primi Rastafari intesero dissociarsi con veemenza affermando che “Rastafari non è una religione, ma uno stile di vita”, o diciamo meglio una livity, un'esperienza che sacralizza il vissuto. Non si tratta di essere contro il vivere religioso: al contrario, si tratta di farne un proposito esistenziale coerente.
Detto questo, vi saluto con un video attinente: a voi l'ardua decisione se ridere o piangere.
Meno di un mese fa sono stato in una libreria delle Paoline ad Arezzo ed ho appurato le piu' svariate e stravaganti pubblicazioni in ambito "religioso"(se cosi' le vogliamo chiamare) che andavano dal blasfemo all'offensivo.
Per quanto riguarda il video postato.....senza parole! Sarebbe bello far vedere a confronto una messa ortodossa!
Give Thanks To The Most High!
Jah Bless!
Scritto da: MatteZion | 24/01/2011 a 11:41 m.